Tra il dire e il fare: come schiarirsi le idee

Oggi voglio condividere un post che mi ha rimesso in carreggiata: conoscete Gioia Gottini? E’ una donna straordinaria, una vera coltivatrice di successi.

Io la seguo con enorme interesse e trovo i suoi post un ottimo compromesso tra la teoria del “si fa così” e la pratica del “ti spiego come…”

Hai le idee confuse? Io sì… moltissimo e mi trovo anche a dover fare una scelta importante a livello professionale e umano.

Ti lascio questo post… spero che faccia riflettere te, come ha illuminato me!

COME FARE SE HAI LE IDEE CONFUSE

Il problema numero uno nelle mail che ricevo da chi è all’inizio del suo percorso business è sempre lo stesso (in varie forme):

– sto pensando di lasciare il mio lavoro fisso (che non amo) e lanciarmi con un’attività in proprio, ma sono indecisa tra 2 o più possibilità
– vorrei cambiare, ma non so cosa fare
– il mio nuovo business non decolla, e non so perché né che cambiamenti apportare
– ho tante idee, ma non so come metterle in pratica

Alla base di queste problematiche c’è sempre una mancanza di chiarezza di fondo. Senza questa, è davvero difficile prendere decisioni: è come muoversi a tentoni, al buio, sperando di trovare una maniglia per uscire fuori o almeno fare un po’ di luce.

Sì, ma come si fa a far diventare più dettagliata e realistica la descrizione di cosa vorresti fare? Deve uscire dalla tua mente ed entrare nel mondo reale, dell’esperienza. Attraverso 3 passaggi:
1. scrivi su un quaderno la tua idea. Immagina di doverla descrivere nei dettagli per qualcuno, anche se lo fai solo per te. A volte pensi di avere tutto chiaro, ma è solo scrivendolo che ti accorgi che mancava qualche passaggio essenziale. Oppure ti viene un’idea ancora migliore.
2. parlane con 2 o 3 persone di cui ti fidi. Evita le persone troppo critiche e negative, perché non hai bisogno di qualcuno che ti smonti. Hai bisogno però di persone amiche che ti facciano le domande giuste, quelle che ti aiutano a rendere la tua idea più pratica, concreta, tridimensionale. Domande a cui molto probabilmente tu non avevi pensato, perché sei troppo “dentro” alla tua idea.
3. Il terzo passaggio, fondamentale, è fare una vera “prova su strada” della tua idea. Senza già partire a tutti gli effetti, ma facendo un test di qualche giorno: coinvolgi delle amiche come potenziali clienti, offri quello che vorresti fare gratis, proponiti per delle conferenze gratuite… Solo così potrai capire se quello che vuoi fare ti piace davvero e ti carica. E anche come renderlo più interessante e divertente.

ARTICOLO COMPLETO – COME FARE SE HAI LE IDEE CONFUSE

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Organizzare il rientro a lavoro

Chi meglio di un Professional Organiser può aiutarci ad organizzare questa delicata fase del ritorno alla quotidianità?

Una delle migliori opportunità che offre l’estate è quella di prendersi una vacanza, di staccare la spina, di interrompere l’abituale ritmo frenetico della vita e avere la possibilità di imprimerne un altro, più lento, meno stressante, più appagante.

Un secondo, prezioso vantaggio che possiamo trarre dal periodo estivo, è che avendo sperimentato i benefici dei momenti di pausa, del relax e avviato comportamenti più salutari per la nostra mente e per il nostro corpo, questi si possano trasformare in vere e proprie abitudini da ripetere, in modo tale da proseguire il resto dell’anno godendo di un po’ di quella energia conquistata durante la vacanza.

Ma come fare, una volta rientrati al lavoro, a non vanificare l’effetto benefico del riposo estivo e a non perdere le buone abitudini?

Le tre parole chiave sono:

  • lentezza per riprendere il ritmo gradualmente
  • pianificazione che dovrà passare attraverso le pagine della nostra agenda
  • semplificazione per canalizzare correttamente l’energia

Si tratta, infatti, di un mese fondamentale, soprattutto in ambito professionale, per cui è giusto indirizzare l’energia recuperata durante l’estate per concludere il secondo semestre in maniera positiva e per portare avanti solo i progetti che meritano tutta la nostra cura e attenzione.

Grazie a Organizzare Italia e a Fabiola Giov Angelo, Professional Organiser per passione per il suo post che troverai linkato in basso!

Buon rientro a tutti!

Rientro a lavoro: buone pratiche per ripartire bene!


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Trarre insegnamenti da ogni persona che conosciamo: si può e si deve!

Sabato sera ho trascorso una delle più belle serate degli ultimi tempi, nonostante il caldo afoso (e anomalo) della notte aquilana e nonostante un ristorante un po’ strettino che però ha preparato un’ottima pizza Napoli!

Quella stessa sera ho avuto modo di “scoprire” una giovane donna che conoscevo già, ma solo formalmente.

Chiara è una professionista di successo, ricopre un ruolo di prestigio ed è arrivata dove sta solo con impegno, sacrifici e tante tante tante ore di studio.

Lei è la donna tosta che non abbassa lo sguardo: se ha ragione, per farsi valere e, se si accorge di avere torto, per assumersi le sue responsabilità.

Chiara è una donna bellissima che deve subire “anche” il pregiudizio degli uomini, in quanto donna e plausibilmente persuasiva sotto altri aspetti (ah… come siamo in basso, miei cari!!!), e delle donne, in quanto molto spesso invidiose!

Si parlava di lavoro, carriera, figli, scelte e rinunce: nella nostra società, purtroppo, il fatto di avere figli è un “handicap” della donna che, inevitabilmente, viene “accusata” di non poter essere più quella che era! (…e di questo pregiudizio dobbiamo ringraziare chi, nei secoli, di questa meraviglia della maternità – perché è proprio una meraviglia – ne ha approfittato, danneggiando se stessa e tutte le altre donne!)

Non è così!

Posso dirvelo con cognizione di causa perché sono mamma e, onestamente, per quanto sia decuplicata la stanchezza, credo di essere molto migliorata in termini di organizzazione, gestione del tempo, autocontrollo e automotivazione… ma questa è un’altra storia!

La chiacchierata con Chiara, intermezzata da mio figlio e dalla sua vivacità fisiologica, ha gettato una luce su due zone d’ombra che ristagnavano nella mia testa!

“Arrendersi” al pregiudizio che ci vuole “mamme” e quindi professionalmente limitate?

No, grazie!

Chiara dice “ho studiato e lavorato una vita per essere dove sono… di fare passi indietro non se ne parla” e allora?

Allora ci si organizza… si suda, si fatica… ma alla fine si riesce a portare il passo, anche senza diventare “stronze anaffettive”!

Io sono nella fase della grande fatica umana e professionale, fatto di pochissime ore di sonno e di un considerevole numero di caffè quotidiani e in questo momento di demotivante stanchezza, mentre sento forte l’istinto di buttare tutto all’aria, ho capito che devo resistere!

Questo è solo un passaggio, che, tra l’altro, mi sta insegnando davvero molto… e arriveranno i tempi in cui, dalla mia vetta, potrò godermi il paesaggio e ringraziare Dio (…e Chiara) per non aver mollato la salita, neanche quando mi tremavano le ginocchia e mi sembrava uno sforzo del tutto inutile!!!

Potrà sembrare sciocco dirlo (…anzi scriverlo!!!), ma sapeste quanto fa bene allo spirito!!!

Migliorarsi sempre si può?

NO! Si deve!

Ma questo lo canta anche Jovanotti, perché “il destino del mondo punisce chi ha le ali e non vola”!

Abbiamo il dovere di migliorare noi stessi, senza per forza dover imitare uno stereotipo, ma per rispetto della nostra umanità!

Non è più tempo di tirare i remi in barca e giocare a fare la Barbie!

Il mondo di Barbie è pieno e, come spiega il mio “ispiratore” Andrea Giuliodori (chi è Andrea Giuliodori e perché lo seguo? …lo scoprirai tra qualche post!) non sarà certo l’aver scoperto la salaminchia Giapponese a farti risalire la china!!!

Chiara è stata straordinaria: probabilmente senza saperlo, mi ha guidata verso la risposta ad una domanda che mi tormentava da giorni… quale?

Cosa ne faccio di questo blog?

…nel prossimo post ve lo racconto!

Per ora, grazie Chiara, grazie Andrea …e grazie Giacomo, di cui non ho parlato qui… ma lo farò con dovizia nel prossimo post!!!

Decisioni da prendere e rami da tagliare. Alla ricerca della consapevolezza!

Chi mi segue anche sull’altro profilo agofiloecollaacaldo sa che avevo uno shop online su Etsy.

Mi sono intestardita, l’ho tenuto aperto con ostinazione anche quando la freccetta rossa del grafico di bilancio ha iniziato a calare a picco, ben oltre il foglio su cui era stampata.

Faccio spesso di questi errori!

Io sono ostinata, sempre troppo, e, spesso, in modalità struzzo, metto la testa sotto la sabbia delle mie convinzioni, perseverando anche dove l’evidente necessità di dire “basta” mi sbatte addosso come fossi un pungiball!

Mi sono ripromessa di cambiare, di essere più razionale e meno sentimentale e mi sto applicando: così, giovedì scorso, con fatica, ho chiuso il mio negozio Etsy.

Perché?

Per motivi che dipendono sempre da me: poca dedizione e poca attenzione si sono tradotte in uno scarso (quasi nullo) marketing e in un altrettanto debole “ricircolo” degli articoli in vendita, che spesso erano lì fermi ad ammuffirsi come l’ultimo biscotto “ammollato” lasciato a morire in dispensa.

Al momento, però, i progetti che tento di tenere in equilibrio tra la mia “home sweet home” e il mio ometto che ha tanta voglia di provare a stare in piedi e camminare sono già troppi! Altro tempo non c’è, inutile prendersi in giro e inutile spendere soldi, risorse, scampoli di tempo e frustrazioni su una piattaforma, come quella di Etsy, che va curata come una piantina fragile e delicata!

Ho detto basta e, razionalmente, sono soddisfatta sia della decisione, sia del coraggio avuto nel prenderla (disobbedendo al mio “sentimentalismo cronico”).

Tutto questo per dire che: se vi va di vedere cosa combino con ago, filo e colla a caldo (e ora anche gomma eva… che sto adorando!) seguitemi sul blog, il link ve lo lascio in fondo!

Un abbraccio a tutti!

Ago, filo e colla a caldo

Assistente Virtuale: un lavoro di estrema utilità

“Il primo passo per migliorare le proprie prestazioni consiste nell’identificare la necessità di un miglioramento.”

– Daniel Goleman

Qualche tempo fa, frequentando la piattaforma di LinkedIn, ho avuto modo di conoscere una giovane donna emiliana, Michela, che si è presentata nelle vesti di Assistente Virtuale.

Io, incuriosita da questo titolo e da questo lavoro a me nuovo, ho voluto fare quattro chiacchiere con lei, per saperne di più di una occupazione che, a prima vista, sembrerebbe facilmente gestibile, ma, al contrario, richiede estrema precisione, determinazione, serietà, organizzazione e forma mentis!


Michela, giovane assistente virtuale, raccontami un pò di te…

Ciao Tiziana! É con grande piacere che affronto la mia prima intervista in veste di Assistente Virtuale.
Permettimi di fare una breve introduzione su di me. Nel momento in cui rispondo alle tue domande, abito nella pianeggiante, sorniona campagna bolognese ed ho 43 anni.
Ho scoperto di recente di essere una multipotenziale, il che mi ha molto rassicurata sul perché io abbia un desiderio incessante di imparare e scoprire.
Mi piacciono i gatti, ho diversi interessi, che vanno dall’uncinetto, al guidare la mia moto, fino alle chatbot.
Ho sempre lavorato come impiegata e da quest’anno mi propongo anche come Assistente Virtuale.
*Difetti: ho una risata sguaiata.
*Pregi: dicono che in mia compagnia si stia molto bene.
Credo tanto nell’umiltà di ammettere le proprie carenze e che ogni occasione sia buona per l’auto miglioramento.

Parlami ora del lavoro che svolgi: la figura di assistente virtuale è piuttosto recente, mi pare, ma da dove nasce? E praticamente in cosa consiste?

Anastacia Brice è la pioniera americana dell’assistenza virtuale, che nel 1992 si inventò questa professione da remoto e che dobbiamo ringraziare noi assistenti virtuali moderne.
Agli albori di questa professione, Anastacia, offrì servizi per l’organizzazione di viaggi per manager e liberi professionisti. Con l’esperienza, capì la potenzialità e la possibilità di proporsi come assistente personale. Decise a quel punto di iniziare a svolgere quella nuova professione da remoto, cioè da casa sua.
L’appellativo di Assistente Virtuale fu coniato durante una telefonata tra Anastacia Brice ed un suo cliente. Ufficializzò questo ruolo nel 1997, quando fondò la sua, e prima in assoluto al mondo, organizzazione per assistenti virtuali “AssistU” che è tutt’ora in fase di attività.
Non a caso è negli Stati Uniti che che nasce questa professione e non altrove, perché lì c’era l’humus adatto per nutrire e premiare la libera iniziativa del singolo, appaiata alla migliore tecnologia dell’epoca (…in linea con il “mitico” sogno americano – nota mia).
Da allora, l’assistenza virtuale, in quasi trent’anni, dagli USA, si è diffusa in modo capillare in America Latina, in Gran Bretagna e in alcuni paesi asiatici.
In Italia, invece, si sta facendo conoscere solo in questi ultimi anni.
Personalmente ritengo che il fatto di avere iniziato a lavorare quando il mercato italiano è ancora vergine, da una parte fa sì che la maggior parte del mio tempo, consista nello spiegare cosa faccio e a farmi conoscere. Mentre dall’altra parte fa sì che io sia tra le prime centinaia di libere professioniste ad offrire servizi da remoto, trovando molte possibilità di collaborazione.
In Italia troppi imprenditori e liberi professionisti, non sanno che è possibile delegare ed esternalizzare alcune mansioni a una professionista come l’assistente virtuale.
Il supporto concreto che può dare da remoto una AV abbraccia diversi tipi di attività, come la gestione dei Social Media, alle attività puramente amministrative e di segreteria, al Customer Care, fino alla predisposizione di contenuti per brochure, blog, eventi. Ma anche molto altro.
L’assistente virtuale non è presente fisicamente nell’ufficio della persona a cui presta i servizi e questo è uno scoglio mentale per gli imprenditori (vecchio stampo – nota mia), che vorrebbero la persona nella stanza accanto.
Infatti, l’esperienza personale mi insegna che lavorare con una AV, non è per tutti.
La collaborazione, in questa forma innovativa, è perfetta se l’imprenditore è già abituato a lavorare online, e punta all’espansione dell’attività sul web, ed è già predisposto mentalmente a collaborare da remoto.
L’imprenditore che fa fatica a fare il salto di qualità, verrà poi costretto col tempo a prendere in considerazione questo tipo di collaborazione, in quanto si rende necessario sempre di più, ridurre i costi, come il numero di dipendenti fissi, i costi di utenze, affitto e materiale tecnologico. Usufruendo quindi servizi professionali su richiesta, si paga solo per i servizi realmente forniti e il tempo concordato.
L’Assistente Virtuale è una imprenditrice a tutti gli effetti, che fornisce supporto ad altri imprenditori.
Un altro fattore che farà in modo che la mia professione di Assistente Virtuale, verrà sempre più richiesta, è anche il fattore tempo. La sua gestione è diventata un elemento cruciale in ogni ambito.
Oggi fare del Customer care di un certo livello, con risposte veloci e puntuali, fa davvero la differenza su come si viene percepiti dai potenziali clienti. Non ci si può più concedere il lusso di rimandare a quando si ha tempo, perché nel frattempo, il potenziale cliente si è rivolto altrove.
I piccoli imprenditori si trovano a dover reagire con velocità ed efficacia, e non sempre sono strutturati e preparati per farlo con successo.
Anzi, questo troppe volte porta al sentirsi a fine giornata, sopraffatti dagli eventi, in cui metà delle cose devono ancora essere prese in carico.
Bisogna imparare a delegare alcune attività, urgenti ma non importanti, in modo tale che l’azienda possa crescere costantemente, dare un ottimo servizio, fidelizzare i clienti già acquisiti e avere una tale credibilità per cui si diventa desiderabile anche dai potenziali clienti.
Un’Assistente Virtuale aiuta ad avere più tempo per focalizzarti sul tuo business e apporta valore all’azienda di chi ne contratta i servizi.
Senza costi fissi, senza vincoli, e con servizi professionali, l’Assistente virtuale diventa la tua fan numero uno, perché il tuo successo è anche il suo successo.

Esistono dei corsi specifici per diventare assistente virtuale oppure è un mestiere che si impara sul campo, giorno per giorno?

Era agosto 2016, mi trovavo in spiaggia, e smartphone alla mano, nella ricerca di contenuti interessanti, sono approdata sul sito di Nomadi Digitali.
Leggendo l’articolo in cui Mary Tomasso, raccontava la sua vita lavorativa e di come era approdata all’assistenza virtuale, sono “stata folgorata sulla via di Damasco”.
Ho lasciato passare le ferie, è passato il Natale, e il ricordo di quel racconto, periodicamente, faceva capolino nella mia mente.
Con i buoni propositi dell’anno nuovo, ho cominciato ad interessarmi sul serio su quale figura fosse in concreto l’assistente virtuale, cosa facesse, e quali competenze fossero necessarie.
Ci ho messo mesi per capire se tutto ciò fosse nelle mie corde.
Poi il passo decisivo, in cui ho frequentato il corso di Mary e superato brillantemente l’esame conclusivo. Da lì in poi mi si è aperto un mondo.
Ho studiato argomenti affascinanti e concreti per aiutare gli altri imprenditori.
Grazie a questa professione, vedo il mondo con occhi più grandi. Riesco a trasmettere a mio figlio una visione più ampia del presente e gli parlo, a ragion veduta, delle immense potenzialità di internet.
Ho conosciuto persone meravigliose, che senza questo percorso, il mio destino non le avrebbe mai sfiorate.
Ed è immensamente bello ricordare quella mattina d’estate, in cui tutto è cambiato.
Un passo alla volta che, a 40 anni suonati, mi ha rivoluzionato la vita, la mente e portata a lavorare come Assistente Virtuale certificata.

Che tipo di persone ti contattano? Quali sono le esigenze più ricorrenti alle quali dai risposta con la tua professionalità?

Mi contattano persone che vorrebbero diventare assistente virtuale ma hanno giustamente tutti i timori del caso, nell’aprire una partita IVA e nutrire in modo indipendente una attività professionale.
Il loro timore principale è se dopo avere frequentato il corso e superato l’esame, la clientela sia garantita.
Cerco di spiegare che dal momento che si decide di passare da dipendente a libero professionista, è tutto diverso. Nulla è più garantito. Anzi il successo della libera professione è basato su pochi ma fondamentali punti: il modo di porsi, se c’è richiesta per i servizi offerti, se l’autopromozione e il personal branding sono gestiti in modo efficiente ed efficace.
Insomma, è un cambio totale di mentalità e stile di vita.
Poi arrivano contatti da imprenditori che vorrebbero utilizzare i miei servizi, ma devono ancora maturare l’idea e capire meglio come contestualizzarmi ed integrarmi nella loro routine.
In fine lavoro realmente con coloro che a tutte queste domande hanno già dato delle risposte e ideato una strategia per la propria presenza online. Lì avviene la vera magia, l’intesa perfetta, il lavorare consapevolmente conoscendo quanto è veloce il mercato.

Come fai ad organizzare la vita di mamma, moglie e famiglia con una professione sul web?

Nel momento in cui ti sto rilasciando l’intervista lavoro part-time come assistente del direttore commerciale e nel pomeriggio, sera e weekend come libera professionista.
In famiglia ormai siamo tutti indipendenti, quindi per me è facile organizzarmi. Ho una routine ben precisa, che prevede ogni giorno delle pratiche calcolate a blocchi di tempo, che vanno dalla cura della casa, all’autoformazione ed aggiornamento di nuovi servizi, al lavoro vero e proprio.

Dicono che lavorare online è molto più faticoso e impegnativo che lavorare in modo “classico”, tu come la vedi? Quale è il tuo punto di vista?

La mia aspirazione personale è quella di abbandonare il modo classico del lavoro in ufficio, avendo testato su di me il lavoro da remoto.
Ho sempre lavorato come dipendente di aziende private, ma con una mente imprenditoriale e questo mi ha fatto sempre sentire che il mio potenziale era soffocato e imbrigliato in ruoli riduttivi.
Mi piace lavorare per obiettivi, non riempire le ore di lavoro quando ce n’è o di finto lavoro e chiacchiere quando invece scarseggia, giusto per arrivare a strisciare il badge al marcatempo.
Poi a dirla tutta, a me lavorare da sola piace tanto. Quando scrivo in solitudine, raggiungo dei livelli di concentrazione altissimi. Cosa assolutamente impensabile in un ufficio con altre persone.
Posso assolutamente affermare che lavorando da sola, rendo il doppio in metà tempo.
Essere freelance implica una certa familiarità con la solitudine, con il problem solving e l’autodisciplina, che deve esserci, altrimenti sei in balia di mille tentazione, che a fine giornata, ti rendi conto di non avere portato dei risultati di nessun tipo.
Insomma si è capito che mi piace dannatamente lavorare come libera professionista?
(…e qui scoppia una gran risata perché a Michela piace essere libera professionista e a me idem!!!)
Spero di essere stata esauriente ed averti trasmesso l’entusiasmo per questa professione che entrerà di diritto nello scenario imprenditoriale di domani, diventando indispensabile.

Grazie Michela,
grazie di cuore per questa intervista completa e chiara
che trasmette in pieno la cura con cui affronti il tuo lavoro!


Leggendo le parole di Michela viene da pensare che, forse, con una buona formazione, seguita da una costante auto-formazione, e una ferrea auto-disciplina si può davvero creare un lavoro di cui vivere e in questo periodo storico difficile e buio, più del Medioevo, penso che uno spiraglio di luce serva sempre!!!


Potete trovare Michela attraverso il suo sito https://www.delegareonline.it/


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Cosa non dire ad un colloquio di lavoro

Oggi voglio parlarvi di “colloqui di lavoro”: siamo tutti un pò tesi quando dobbiamo sostenere un colloquio, ma talvolta facciamo delle gaffes che pregiudicano l’esito dell’incontro.

Voglio condividere un interessante “prontuario” di Donna Moderna, per evitare errori irrimediabili.

C’è chi sbaglia a scrivere il proprio numero di telefono o indirizzo mail nel curriculum. Chi chiede le ferie prima di essere assunto e chi spiattella subito i proprio difetti. Trovare lavoro non è facile, dire la cosa giusta al colloquio ancora meno…

«Ottimo il suo curriculum, davvero. Però non ha indicato la data della laurea». «Ah, certo… eh, guardi, vediamo se mi ricordo… Sì, ci sono: era l’anno delle Torri Gemelle. Il 2013!».

Nadia si porta la mano sulla testa e sospira. Il colloquio telefonico, un primo contatto con una ragazza candidata per una posizione nelle vendite, viene elegantemente accompagnato verso la conclusione. Non male come inizio di giornata. Tocca armarsi di pazienza e passare alla prossima telefonata, e chissà quali altri scivoloni, tra il comico e il tragico, riserverà. «L’errore nel Cv è un classico, quello più frequente è il refuso nella sezione “contatti”. Accade due volte su dieci. Significa che spessissimo non riesco a chiamare il candidato. È frustrante, e lo è ancora di più se conto le occasioni in cui lo scambio al telefono diventa questo: “La chiamo in merito alla sua candidatura…”. “Ah bene, le posso chiedere quando mi sono candidato, per quale azienda e per quale ruolo?”. Terribile».

«Sa di cosa si occupa la nostra azienda?». «No»

Come darle torto? Nadia è un nome di fantasia, ma il disagio che questa professionista delle selezioni ci trasmette è tutto vero. La sua quotidianità lavorativa è fatta di recruiting di neolaureati o ragazzi che ancora studiano e cercano uno stage curricolare. Lavora per diverse aziende o gruppi, che hanno posizioni aperte in ambito marketing, vendite, customer care. Ha acconsentito ad aprire il suo “libro degli orrori”, facendoci toccare con mano il basso livello di preparazione dei ragazzi che si avvicinano ai colloqui. A partire proprio dai fondamentali. Al primo tentativo di affiancamento durante una giornata di recruiting (in incognito), restiamo a bocca asciutta. Su otto candidati contattati da Nadia si presentano in due. Solo due. E zero comunicazioni o scuse dagli altri sei. «Normale amministrazione».

Altro giorno, stessa solfa. Una laureata in economia 22enne in corsa per un lavoro in un consorzio stupisce per la lucidità: «Lei sa che cosa è un consorzio?» «No» «Ha visto almeno, sul nostro sito, che cosa facciamo?» «Veramente no» «Sarebbe meglio arrivare preparati ai colloqui…» «Ho sempre pensato che queste siano cose che si dicono, ma che poi non servano e che in realtà nessuno chieda mai queste informazioni».

Valerio Vitolo, oggi direttore delle Risorse Umane in Findus Italia, 30 anni di esperienza nelle HR alle spalle, salta sulla sedia. «Al primo colloquio, quando l’esperienza lavorativa del candidato è scarsa o nulla, contano solo le soft skills, le attitudini personali, e il modo in cui esso dimostra interesse verso l’azienda. Deve mostrare curiosità, fare domande, far capire al reclutatore che ha almeno cercato informazioni sulla realtà che sta per approcciare. Anche solo un’occhiata attenta al sito internet può dare spunti. Fino ai primi anni 2000, diciamo prima della grande crisi, ai colloqui incontravo più ragazzi preparati sull’azienda. Oggi siamo in continua ricerca di tirocinanti e giovani per il marketing, le vendite e la finanza, e i ragazzi hanno molta più facilità a raccogliere informazioni. Eppure più spesso arrivano impreparati, non conoscono i dati, a volte nemmeno i prodotti. Anche se il nostro è un marchio consumer: lo trovano nei supermercati!».

Secondo il report sulla situazione lavorativa dei giovani presentato durante il recente Festival del Lavoro a Milano, negli ultimi 10 anni i giovani occupati tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di circa 1,4 milioni. La disoccupazione giovanile è passata dal 21,2% nel 2008 all’attuale 34,7%. Attenzione a dare tutta la colpa ai suddetti giovani, perché il problema è complesso. C’è l’enorme distanza tra il mondo della formazione e quello (concreto e reale) delle imprese, con le loro necessità. La quota di laureati impiegati in mansioni che non richiedono l’alto livello di istruzione normalmente associato a una laurea è allarmante: la “sovra-istruzione” – questo il nome del fenomeno – riguarda circa 320mila giovani italiani, che sono sì occupati, ma in mansioni che non richiedono il titolo di studio conseguito. Un problema, certamente. Affiancato allo squilibrio territoriale: il grosso delle richieste è concentrato al Nord Ovest e nel Nord Est. Semplicemente, il lavoro non c’è in alcune aree del Paese.

«Sappiate che se mi arriva un’altra offerta me ne vado»

E quando c’è? Lo scorso anno, sul Sole24Ore, UnionCamere e Confindustria lanciavano l’allarme: il 19,9% delle ricerche di personale rimane inevasa – una su cinque. Troppe aziende non trovano il candidato adeguato. Da cosa dipende? Anche dall’inadeguatezza dei metodi di reclutamento e dei livelli retributivi di ingresso. Sicuri che l’imprenditore che finisce sui giornali perché cerca tecnici ad alta specializzazione e non li trova abbia messo in piedi una selezione strutturata, su tutto il territorio nazionale, avvalendosi di professionisti? Sicuri che non stia proponendo uno stage o uno stipendio enormemente più basso di quelli assicurati dal mercato in Germania o in Nord Europa?

In parallelo emerge una ancor più drammatica incapacità dei giovani nell’andare a prenderselo, quel lavoro. Al primo colloquio – stavolta per una posizione di business development in un’azienda media ma molto vivace – una fresca laureata in economia stupisce Nadia: «Potrei ricevere un’offerta da Accenture nelle prossime settimane, ma intanto mi interessate voi. Sappiate che potrei interrompere per andare da loro. Comunque dipende: quanto pagate?». Un po’ presto per mettersi a negoziare, no?

«Quando sono le ferie?»

Segue carrellata di grandi classici. Colloquio di gruppo: «Ragazzi, avete domande?» Laureata in economia, 24 anni: «Io sì: quando sono le ferie?». Da un colloquio per un lavoro in un’azienda di modeste dimensioni: «Lei preferisce lavorare in un’impresa piccola o grande?» «Grande» «Perché?» «Perché le grandi non falliscono mai!». Ancora al telefono: «Vedo che ha indicato un livello C1 di inglese. Le dispiace se passiamo a parlare in inglese per qualche minuto?» «No, affatto. Prego». «Ok, so let me start from…» «tuu-tuu-tuu» (cade la linea).

Poi ci sono i candidati-tipo, che ciclicamente si ripresentano sotto le grinfie della povera Nadia. «C’è il depresso/eversivo, che parte con una filippica contro il sistema e il mondo del lavoro, che proclama verità assolute tipo “Io sono solo perché dico le cose come stanno”. Oppure quello che non rispetta i confini, sia quelli fisici (mai toccare ripetutamente il recruiter, anche se solo sul braccio o sulla gamba), sia quelli del racconto di sé (cosa fa la moglie, come va con il compagno, cosa fanno le figlie, quanto ama la prole, l’ultimo disegno fatto a scuola dal bambino: argomenti da tenere lontani dal colloquio).

«Le mando il mio Cv per una eventuale posizione»

Infine, la candidatura a caso. Il mio contatto come selezionatrice circola anche indipendentemente dal singolo annuncio», spiega Nadia, «quindi una volta alla settimana ricevo una candidatura a vuoto. Una mail con una riga di testo. “Le mando il mio Cv per una eventuale posizione”. Vuota, superficiale, assolutamente inutile».

Il segreto è selezionare gli annunci (niente candidature a pioggia) e prepararsi. È un po’ il mantra dei career service delle università, che insegnano agli studenti ad affrontare l’ingresso nel mondo del lavoro sin dallo stage. Verena Battaglia è career counselor dell’Università Bocconi di Milano, lavora con studenti e laureati (fino a tre anni dopo il titolo di studio). Nel 2017 il suo ufficio ha gestito 11.362 offerte di stage e lavoro, di cui 2.102 all’estero. «Consigliamo agli studenti di lavorare sulla conoscenza di loro stessi» spiega «perché al primo contatto con un’azienda contano moltissimo le soft skills, le attitudini personali come flessibilità, capacità di lavorare in gruppo o di pensare “out of the box”, pensiero critico, capacità di muoversi in contesti multiculturali e di presentarsi in modo efficace. Arrivare preparati significa candidarsi con una bella lettera di motivazione, che sottolinei i punti di contatto tra me e quello cerca l’azienda e mi permetta di distinguermi. Per personalizzarla e tararla sull’annuncio bisogna anche studiare la sezione career del sito aziendale, spesso prodiga di informazioni su come è strutturata l’azienda, come lavora, che persone cerca. Al colloquio, poi, devo mostrare padronanza nel presentare me stesso, saper valorizzare quello che nel mio Cv sottolinea le necessità dell’azienda, con esempi concreti anche tratti da attività che svolgo nel tempo libero o passioni extra professionali. E poi, le domande! Intendo quelle da fare al selezionatore: mostrano motivazione e vero interesse, ma vanno preparate bene».

«Come si vede tra 5 anni?». «Al suo posto»

Sapersi vendere, potremmo riassumere. Occhio a non esagerare, mette in guardia una manager dell’ufficio risorse umane di un importante gruppo bancario. «Specie a livello alto, ci capita di incrociare candidati con esperienza bassa ed ego a mille. Persone che riescono a vendersi benissimo, ma che quasi sconfinano nel campo della menzogna. Puntualmente, dopo qualche settimana viene a galla la verità: mancano le competenze millantate».

Sul “mai mentire ad un colloquio” tutti d’accordo, ma anche esagerare con la sicumera è sconsigliabile. Torniamo da Nadia: «Ho in mente un episodio: avevo di fronte un candidato trentenne giunto alle fasi finali della selezione; al mio fianco c’era il direttore generale dell’azienda. Alla domanda “Come ti vedi tra 5 anni?”, lui rispose indicando il direttore: “Al suo posto”». Forse a qualcuno potrebbe piacere uno così, spregiudicato e sicuro dei suoi mezzi. «Non a quel direttore, e nel dubbio meglio evitare».

«Sono ritardatario, superficiale, pignolo»

Anche esagerare con la sincerità non porta molto avanti. Da un colloquio sotto i nostri occhi: «Quali sono i suoi punti di debolezza?» «Sono ritardatario, superficiale, pignolo e mi arrabbio molto quando il capo mi fa notare qualcosa che non va». Nadia suggerisce: «In questi casi vanno citati aspetti negativi migliorabili. Dire, per esempio, che si sa di essere deboli sul fronte dell’assertività, ma che si sta già lavorando per migliorare. Questo manda un messaggio positivo: si indica il problema e subito la soluzione. Rivelare i peggiori difetti, rimarcando il fatto che siano ostacoli insormontabili, è controproducente. Eppure in tantissimi fanno proprio questo».

Le benedette competenze soft tornano sulla bocca di molti interlocutori interpellati. Occhio, però, a certe forzature. Ancora Nadia, inesauribile fonte di casi umani: «Una candidata donna una volta mi ha detto che avrei dovuto assolutamente tenerla in considerazione per una posizione in una rete vendita. “Sono una naturopata, capisco la natura e quindi so comunicare meglio con gli uomini”. Visto che parliamo di “ponte” tra le proprie competenze e attitudini e le esigenze dell’azienda, direi che questo è piuttosto traballante».

E la t-shirt di Spider Man? Meglio non metterla

Intanto c’è chi sulle competenze soft ha costruito un business. Cristina De Mitri è co-fondatore e Ceo di Eggupp, una startup nata nel 2013. «Abbiamo costruito una piattaforma web per le aziende», spiega, «è un algoritmo di “matching” che parte dalle competenze soft di persone da inserire in un gruppo di lavoro». Banalizzando, una sorta di Tinder professionale, che, invece di mettere in contatto profili personali a scopo… ludico/sentimentale, mettiamola così, suggerisce chi far lavorare in team con chi e quale ruolo è più adatto a ciascuno. «L’algoritmo incrocia punti di forza e di debolezza. A quel punto l’HR manager può spostare le persone, combinarle nel modo più efficace, oppure prendere una persona con delle precise soft skills per colmare un buco creatosi nel gruppo di lavoro. L’idea è venuta a me e al mio socio, perché entrambi venivamo dal mondo della consulenza. Abbiamo notato che spesso, anche in gruppi di lavoro che includevano persone con Cv pazzeschi e competenze molto forti, era impossibile lavorare proprio per incompatibilità nelle attitudini, nel modo di essere dei professionisti».

Di questo algoritmo esiste anche una versione orientata al candidato: «Su Mysoftskills.co offriamo questa analisi come strumento di autopotenziamento del candidato. Serve a rendere consapevoli le persone di quali siano i loro punti di forza e di miglioramento, a livello di ruoli di team suggeriti o di caratteristiche personali. L’utente compila una questionario e ottiene gratuitamente la prima parte di un report che elenca i suoi punti di forza. Poi può acquistare il report dettagliato e un video di personal branding da usare anche sui profili social». Ottimo per fare presa sui recruiter più sul pezzo quanto ad uso di strumenti evoluti di HR analytics. «A patto di non presentarsi, poi, al colloquio con addosso la maglietta di Spider-Man» chiude spietatamente Nadia.

Fonte
Foto di STIL su Unsplash

“La Truccheria” apre a L’Aquila

Metti la voglia di fare di una giovane aquilana, metti una città che ha bisogno di nuova linfa, metti anche un sogno che è anche un progetto di vita, metti, infine, un’idea che è un’ottima idea, ecco cos’è “La Truccheria”.

Chi, meglio della persona che sta realizzando tutto questo, può raccontarci cos’è in effetti “La Truccheria”?

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Il Logo di “La Truccheria”

Ho parlato con Caterina, la giovanissima titolare, che, forte della sua esperienza decennale nel settore del make up, mi ha raccontato cosa possiamo aspettarci…

  • Da dove nasce l’idea di aprire un negozio come “La Truccheria”?

L’idea di creare un luogo nella mia città come La Truccheria nasce piano piano insieme all’amore e alla dedizione che ho maturato diventando una Makeup Artist. Ho viaggiato molto grazie al mio lavoro, mi sono trovata su set cinematografi e back stage di sfilate e tutte queste esperienze mi hanno portato ad immetgermi completamente nel mondo del makeup, non visto solo come arma di seduzione, ma, soprattutto, come un alleato per sentirci liberi di esprimere noi stessi, come fosse un mezzo di comunicazione.
Ho avuto il forte desiderio di creare La Truccheria per aprire le porte alla mia città in quello che è il mio mondo: La Truccheria sarà un luogo sempre in evoluzione come è, di fatto, il mondo della moda e del makeup e, in un certo senso, come è anche L’Aquila.

  • Quali saranno i servizi “punta di diamante” di “La Truccheria”?

Nello store sarà possibile trovare prodotti di makeup bio, sono entusiasta di aver scelto, in particolare, due brand Italiani sia per la parte makeup e sia per la parte skin care, e sarà possibile trovare anche pennelli professionali e accessori beauty.
Saranno previsti workshop di “body painting” e di “horror makeup” (in concomitanza con Halloween per cui è previsto un concorso 😉).
Presto saranno pubblicati i calendari per i corsi di “Self makeup” che partiranno orientativamente verso metà Settembre.
Sarà possibile, inoltre, prenotare una seduta trucco o anche un semplice ritocco veloce, oppure il “Trucco Sposa” e Makeup per servizi fotografici.

  • L’idea di fare dei tutorial in negozio mi sembra molto originale: a chi vi rivolgerete? A persone già un minimo esperte o a neofiti?

L’intenzione è quella di far innamorare e avvicinare il più possibile le donne al mondo del trucco, saranno per lo più trucchi da giorno e da sera…. rivolto sia a chi è alle prime armi e sia a chi invece cerca nuove ispirazioni.

  • Il Logo, così particolare, che significato ha per te?

Il logo, per me, ha un significato importante: il triangolo con la punta verso l’alto simboleggia la crescita e il voler superare le sfide della vita, il semicerchio al suo interno è un sole, simbolo di vita e di speranza.

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Potremo trovare “La Truccheria” a L’Aquila, in centro, in Via Garibaldi n° 33 e l’inaugurazione è prevista proprio per questa sera a partire dalle ore 18,00 e, a proposito, Caterina mi dice:

…ho deciso di inaugurare l’apertura del negozio nel giorno del mio 30esimo compleanno. Dopo circa 10 anni di esperienza nel settore makeup ho voluto farmi questo regalo. Per questo oggi è un doppio giorno di festa…

A Caterina, dunque, un caloroso augurio di buon compleanno e un sincero “In bocca al lupo” per questa nuova bella avventura!!!

A noi non resta che andare a visitare questo nuovissimo e creativo negozio!!!

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Professional organizer, un nuovo mestiere

Nell’epoca del digitale, per sopravvivere alla drastica diminuzione di posti di lavoro, bisogna inventare nuovi mestieri.

È questo il caso del “Professional Organizer”, una qualifica e un lavoro che da pochissimo ho scoperto esistere.

Ma cosa fa il Professional Organizer? Per rispondere a questa domanda andiamo a curiosare sulla pagina FB di “Organizzare Italia” (potete trovarla qui).

Abbiamo chiesto lumi a Irene Novello di Organizzare Italia:

In realtà questo lavoro esiste negli stati uniti dagli anni 80 e in molti altri stati. Non abbiamo inventato niente, ma abbiamo cercato di rispondere ad un’esigenza che c’è in molte persone. E’ vero che l’organizzazione una volta veniva insegnata (economia domestica) e tramandata da nonne e mamme, ma questo via via si è perso, per non parlare dell’organizzazione sul lavoro, che molto spessa non viene insegnata ma viene lasciata alla competenza o meno del singolo. E’ sicuramente vero che rallentare è una chiave, ed uno dei principi che cerchiamo di insegnare ai nostri clienti, fare una cosa alla volta e altre strategie e metodi che possano semplificare la gestione quotidiana e far ritrovare armonia e benessere alla persona, in casa e fuori.

Un vero e proprio lavoro, mirato ad aiutare chi, come me ad esempio, subisce la mancanza della “rotella dell’ordine”, come mi ripete da anni mia sorella.

Ho scoperto inoltre che esiste una vera e propria Associazione di Professionals Organizers – qui la pagina FB – che gestisce tutti i P.O. formati.

Complimenti davvero a chi ha dato il via ad un mestiere così interessante, però mi sorge un dubbio: cosa succede alla nostra società, se non si riesce più a organizzarsi autonomamente? Il bisogno di trovare una organizzazione e di imparare una gestione scandita della nostra quotidianità da dove nasce? Cosa manca a noi che i nostri genitori avevano e che permetteva loro di non aver bisogno di Professional Organizer?

La risposta a queste domande credo sia il tempo. Ci manca il tempo anche di pensare, perché generalmente ci sobissiamo di impegni e cose da fare assorbendo ogni istante della giornata: il mondo corre, la rete ancora di più e noi fatichiamo a stare dietro a tutto questo, abbiamo difficoltà ad imporre uno schema ordinato alle nostre giornate, non sappiamo come muovere contemporaneamente tutti i fili della giornata.

Forse è il caso di rallentare! Riscoprire la lentezza diventerà la cura di ogni male? Chissà…

Foto dalla Pagina FB di Organizzare Italia

Colloqui per tutte le età

Oggi mi sono calata di nuovo nei panni di una “disoccupata” a colloquio…e non mi capitava da oltre 10 anni!!!!

In realtà sono stata attirata da una proposta “furba” ma ben presto la faccenda si è rivelata per quello che era e i soggetti hanno scoperto le loro carte, proponendomi tutt’altro!

A parte questo “qui pro quo” c’è da dire che proprio la situazione che si è venuta a creare oggi mi ha mostrato quanto sono cambiata e “invecchiata”.

Probabilmente, neo laureata, avrei fremuto e sudato a freddo seduta su quella sedia, in attesa di parlare con la “dottoressa”…e invece sono stata rilassata, tranquilla, a gambe accavallate…anche un po’ spavalda, se vogliamo, ma il timore reverenziale di anni fa era scomparso!

Questo non mi dispiace perché dalle mie parti si dice che “chi colpisce per primo, colpisce due volte” e, se sei sereno, in certe occasioni di stress, colpire (e magari fare centro) non ti sarà così difficile!!!

Chissà che questa rinnovata tranquillità non mi porti buone nuove!!!!