Trarre insegnamenti da ogni persona che conosciamo: si può e si deve!

Sabato sera ho trascorso una delle più belle serate degli ultimi tempi, nonostante il caldo afoso (e anomalo) della notte aquilana e nonostante un ristorante un po’ strettino che però ha preparato un’ottima pizza Napoli!

Quella stessa sera ho avuto modo di “scoprire” una giovane donna che conoscevo già, ma solo formalmente.

Chiara è una professionista di successo, ricopre un ruolo di prestigio ed è arrivata dove sta solo con impegno, sacrifici e tante tante tante ore di studio.

Lei è la donna tosta che non abbassa lo sguardo: se ha ragione, per farsi valere e, se si accorge di avere torto, per assumersi le sue responsabilità.

Chiara è una donna bellissima che deve subire “anche” il pregiudizio degli uomini, in quanto donna e plausibilmente persuasiva sotto altri aspetti (ah… come siamo in basso, miei cari!!!), e delle donne, in quanto molto spesso invidiose!

Si parlava di lavoro, carriera, figli, scelte e rinunce: nella nostra società, purtroppo, il fatto di avere figli è un “handicap” della donna che, inevitabilmente, viene “accusata” di non poter essere più quella che era! (…e di questo pregiudizio dobbiamo ringraziare chi, nei secoli, di questa meraviglia della maternità – perché è proprio una meraviglia – ne ha approfittato, danneggiando se stessa e tutte le altre donne!)

Non è così!

Posso dirvelo con cognizione di causa perché sono mamma e, onestamente, per quanto sia decuplicata la stanchezza, credo di essere molto migliorata in termini di organizzazione, gestione del tempo, autocontrollo e automotivazione… ma questa è un’altra storia!

La chiacchierata con Chiara, intermezzata da mio figlio e dalla sua vivacità fisiologica, ha gettato una luce su due zone d’ombra che ristagnavano nella mia testa!

“Arrendersi” al pregiudizio che ci vuole “mamme” e quindi professionalmente limitate?

No, grazie!

Chiara dice “ho studiato e lavorato una vita per essere dove sono… di fare passi indietro non se ne parla” e allora?

Allora ci si organizza… si suda, si fatica… ma alla fine si riesce a portare il passo, anche senza diventare “stronze anaffettive”!

Io sono nella fase della grande fatica umana e professionale, fatto di pochissime ore di sonno e di un considerevole numero di caffè quotidiani e in questo momento di demotivante stanchezza, mentre sento forte l’istinto di buttare tutto all’aria, ho capito che devo resistere!

Questo è solo un passaggio, che, tra l’altro, mi sta insegnando davvero molto… e arriveranno i tempi in cui, dalla mia vetta, potrò godermi il paesaggio e ringraziare Dio (…e Chiara) per non aver mollato la salita, neanche quando mi tremavano le ginocchia e mi sembrava uno sforzo del tutto inutile!!!

Potrà sembrare sciocco dirlo (…anzi scriverlo!!!), ma sapeste quanto fa bene allo spirito!!!

Migliorarsi sempre si può?

NO! Si deve!

Ma questo lo canta anche Jovanotti, perché “il destino del mondo punisce chi ha le ali e non vola”!

Abbiamo il dovere di migliorare noi stessi, senza per forza dover imitare uno stereotipo, ma per rispetto della nostra umanità!

Non è più tempo di tirare i remi in barca e giocare a fare la Barbie!

Il mondo di Barbie è pieno e, come spiega il mio “ispiratore” Andrea Giuliodori (chi è Andrea Giuliodori e perché lo seguo? …lo scoprirai tra qualche post!) non sarà certo l’aver scoperto la salaminchia Giapponese a farti risalire la china!!!

Chiara è stata straordinaria: probabilmente senza saperlo, mi ha guidata verso la risposta ad una domanda che mi tormentava da giorni… quale?

Cosa ne faccio di questo blog?

…nel prossimo post ve lo racconto!

Per ora, grazie Chiara, grazie Andrea …e grazie Giacomo, di cui non ho parlato qui… ma lo farò con dovizia nel prossimo post!!!

Quanto è importante amare noi stessi

La lotta più grande è amare se stessi.
(Jared Leto)

Il modo in cui noi amiamo e rispettiamo noi stessi definisce il comportamento che gli altri avranno verso di noi, eppure troppe volte rinunciamo o rifiutiamo di avere amore, perdono e compassione verso noi stessi.

Perché? Come si può rimediare?

Ne ho parlato con la Dottoressa Ombretta Cecchini, psicoterapeuta e analista junghiana, esperta di sessuologia e relazioni, autrice del libro “Non ti amo più. Manuale di sopravvivenza dopo la fine di un amore”.

Dottoressa Ombretta Cecchini

Amare noi stessi “nonostante tutto”, e con questo intendo nonostante i nostri difetti e le nostre particolarità, si può?

Credo che ognuno di noi può e dovrebbe amarsi per come è. E’ dall’accettazione che può nascere il cambiamento. Osservarsi con amore ci offre la possibilità di comprendere quegli aspetti della nostra persona che non ci piacciono e modificarli.
Una critica spietata non solo non aiuta, ma è addirittura dannosa per la crescita personale.

Quanto è importante, secondo lei, amare se stessi nel rapporto con gli altri?

Non possiamo chiedere agli altri ciò che non riusciamo a fare noi. È come se il proprietario di un ristorante si aspettasse che gli amici frequentino il suo locale, sapendo che lui preferisce mangiare altrove.

Esiste una ricetta magica per imparare ad accettarsi ed approvarsi?

Per amarsi occorre essere indulgenti, trattarsi con amorevolezza e pensare che qualcuno ci amerà così come siamo.
Mentire o nascondersi può portare a due cose:
1. le persone amano il ruolo che interpretiamo e noi non possiamo godere dell’amore che riceviamo perché ci sentiamo degli impostori.
2. chi ci amerebbe per come siamo davvero non avrà la possibilità di farlo perché non potrà mai sapere come siamo realmente.

Devi imparare ad amare te stesso.
Come possono gli altri apprezzare ciò che hai da offrire se non tu non gli dai valore?
(Steve Maraboli)

Grazie, Dottoressa, per queste sue parole.

Siete mai stati a Bennyland?

No?! Bhe, vi consiglio di andarci!

Bennyland è un luogo della fantasia, uno di quei posti che si raggiungono soltanto rilassandosi e chiudendo gli occhi un attimo, oppure leggendo i racconti dei viaggi di Benedetta.

La sua penna è magica, riesce a trasmettere emozioni quasi palpabili con un linguaggio talmente semplice e schietto che lei sembra accanto a noi, a raccontarci dal vivo le sue esperienze!

Benedetta è una donna straordinaria, capace di far vivere le parole che scrive: non potevo farmela scappare e così ho fatto quattro chiacchiere virtuali con lei!

Raccontami un po’ di te, da dove nasce la passione per la scrittura?

Ho una grande passione per la scrittura…degli altri. Insomma, ben più indegnamente di Schopenhauer mi vanto con lui dei libri che ho letto, non di quel che scrivo. Anzi, se ogni tanto le dita mi volano sulla tastiera per dar forma a un pensiero che attraversa clandestino la mente, gli esiti di questo volo sono custoditi gelosamente sul mio computer. Le mie rubriche sul web risalgono alla preistoria. Nel 2000, quando i blog e Facebook erano in mente Dei, ebbi l’opportunità di aderire al “progetto Guide” di Facebook: un gruppo di appassionati, esperti in un ambito dello scibile, aggiornava periodicamente l’utenza con articoli brevi ma corposi, di forma grafica elementare. Io mi occupavo di Greco e Classici. Nel 2009 il progetto fu abbandonato. Bennyland è nato nel 2014, quando sono entrata negli “anta” e mi sono accorta che alla vita chiedevo ormai, affetti a parte, libri e viaggi. In realtà le pagine più lette non riguardano né gli uni né gli altri: sono i racconti delle (dis)avventure gastronomiche i post di maggior successo.

Hai un blog interessantissimo: come scegli i posti da raccontare? Ti colpiscono oppure ti basi su recensioni già lette?

In questo ho un papà putativo: il poeta Franco Arminio e la sua rivalutazione dei paesi. Mi sono accorta di essere a mio agio in piccoli luoghi ameni, non di fronte alle grandi bellezze iperfrequentate. Più che stupirmi a comando leggendo una guida, mi piace esplorare, percorrere vicoli senza nome e cercarne il senso e la storia. Quando organizzo un viaggio, ho una meta fondamentale da visitare, di solito descritta in un libro che amo o fotografata in uno dei tanti gruppi Facebook di viaggio che seguo. Tutto il resto si decide al momento. Per le bellezze abruzzesi, invece, devo molto ai Giroborghi organizzati da quell’infaticabile motivatore di Raffaele Di Loreto, che ha creato un gruppo Facebook, Borghi d’Abruzzo, frequentatissimo. Ogni settimana si organizzano passeggiate sul territorio: i comuni ospiti ci aprono porte altrimenti chiuse e ci offrono la consulenza delle migliori guide turistiche sul territorio. Loro ne guadagnano in visibilità, noi in gioia e condivisione.

Tra tutti i luoghi che hai descritto ce n’è qualcuno che ti ha particolarmente presa? E per quale caratteristica?

La caratteristica è lo stupore. Trovare l’infinito in un luogo inaspettato mi riempie di gioia. Per esempio, Salisburgo, meta del primo viaggio raccontato sul blog, è sicuramente incantevole, ma prima ancora di raggiungerla, sapevo bene che avrei ammirato opere monumentali. Non sapevo invece che lì vicino il fiordo di Konigsee mi avrebbe portato fra vette altissime e acque cristalline. Per questo l’ho amato ancor più. Mi sto accorgendo adesso che ho narrato su Bennyland pochissimi di questi loci amoeni. Non riesco a seguire un piano editoriale, infatti. Mi è più facile, però,( e me ne accorgo solo adesso, mentre ti rispondo), raccontare luoghi che hanno affascinato il mio sguardo, ma non il mio cuore. Pensa che non ho scritto quasi nulla di L’Aquila, la mia città, e di Sulmona, da dove provengo…eppure sono entrambe meravigliose! Qualcosa comunque è filtrato. Sono innanzitutto luoghi a me vicini: le cascate di Stiffe, le Piane del Fiume a Isola del Gran Sasso, Villa Santa Maria e Pizzoferrato nel teatino, in Umbria la Scarzuola e il lago di Piediluco, Calcata nel Lazio, le luminarie di Scorrano in Puglia, i missili della Val Tuono in Trentino, Bagno Vignoni in Toscana, Aliano in Basilicata. Fuori dei confini nazionali, il mio luogo di elezione è la Carinzia: tutto, ma proprio tutto quello che ho scritto a riguardo, è nato da una forte emozione.

Se dovessi organizzare l’itinerario di un viaggio ideale, come lo imposteresti?

Avrei bisogno di un budget illimitato di giorni da vivere e di soldi da spendere. Farei un capillare viaggio intorno al mondo. Non trascurerei nessuna capitale, forse nessun paese. E questa è utopia. Un sogno realizzabile, e anzi programmabile, programmato, più volte differito per mancanza di tempo o di denaro, è il viaggio in Normandia, che ho imparato ad amare sui libri di Michel Bussi. Anche il Portogallo mi attrae molto. L’Andalusia ancora di più. Tornerei in Provenza ancora e ancora e ancora. E non ho mai visto Praga né New York né Londra né San Pietroburgo. I viaggi, però, sono belli anche solo da sognare.

Grazie Benedetta, sarà un piacere per me tornare più e più volte sul tuo Bennyland, come si torna in un posto che ci è sembrato casa!


Vi va di fare un giro a Bennyland? Questo è il LINK per accedervi!!!

#quattrochiacchiere
#laformatonda


Foto di Slava Bowman su Unsplash

Be cool… Be coorvy

Qualche tempo fa, appena approdata su Instagram, ho avuto modo di scoprire una frizzante stilista di abiti per donne “curvy”, Martina, proprietaria del marchio “Be Coorvy”.

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Mi è piaciuto da subito il concept delle sue forme, morbide eppure avvolgenti, allora ho iniziato a scambiare quattro chiacchiere con lei e, come sempre, le ho chiesto da dove avesse preso ispirazione ed idee per una linea di moda curvy.

Raccontami di te: come nasce l’idea di cucire capi curvy?
Troppe volte sono uscita da un negozio indossando delusione al posto di un bella maglia. Il motivo è semplice: ho tante curve. Sono una tipica donna mediterranea: tanto seno, fianchi e sì, anche la pancetta. In aggiunta a tutto questo ho anche avuto un bambino e le mie dimensioni sono aumentate ancora. Insomma.. è una vita che lotto con la bilancia e con la moda, ho deciso quindi di provare a fare qualcosa di mio, a mio uso e gusto, per tutte noi.  

Con i tuoi capi vesti donne che la moda “canonica” non veste! Ti capita di raccogliere storie e idee di donne “non canoniche” che ti scelgono e che potendo seguire lo stile che amano grazie a te si sentono belle? 
Sì, mi capita. Non spesso quanto vorrei, ma capita e sono riuscita a far sentire belle queste donne, che faticano a trovare presso la grande distribuzione abiti che non le mettano a disagio. Vorrei capitasse più spesso, dato che io per prima non mi sento rappresentata da ciò che tento di comprare nei negozi e sapere che da qualche parte c’è una donna con la possibilità di cucirmi un capo semplice e senza pretese, mi darebbe sollievo. Per questo ho deciso di imparare a farlo.

Ti ho parlato brevemente dell’hashtag #ildifettotifabella e dell’idea che esprime: se potessi rivolgerti a donne incapaci di apprezzarsi, insicure del loro aspetto e spaventate dalla opinione che gli altri hanno di loro, cosa diresti loro per aiutarle a sentirsi belle?

L’unico giudizio che devono temere è il loro: nessuno sarà più severo di noi stesse. Dobbiamo quindi imparare ad amarci e a farci coraggio, perché se ci sentiamo forti riusciamo a tramutare i difetti in perfezione. Io ammiro chi riesce a farlo con sincerità, non spinto da una negazione di fondo, perché significa che ha accettato ciò che è e se ne prenderà cura.
Grazie Martina, queste tue parole sono di grande importanza per tutte le donne che si sentono “respinte” dalla società perché fuori dai canoni!

Se ti va di conoscere meglio Martina e vedere i capi che lei realizza, ti consiglio di iniziare col seguirla su Instagram, dove la troverai come BeCoorvy.
Se ti interessa saperne di più dell’hashtag #ildifettotifabella, clicca QUI!
Al prossimo post!

Foto di Priscilla Du Preez su Unsplash

Epilazione a Luce Pulsata, ne parliamo con Thaira Giocondo

Oggi parliamo di “Epilazione a Luce Pulsata” e lo facciamo con Thaira, estetista professionale qualificata, titolare del centro estetico “Questione di Peeling”.

Che cos’è l’epilazione a Luce pulsata?

L’epilazione a luce pulsata è una tecnica estetica di recente invenzione mirata a indurre l’assottigliamento progressivo e il diradamento della peluria, rallentandone fortemente la ricrescita e rendendola non visibile ad occhio nudo.
Il principio di questo tipo di epilazione è questo: durante il trattamento, una luce policromatica ad alta intensità (IPL) si trasforma in calore quando colpisce la melanina (il pigmento che conferisce il colore scuro al pelo). Si genera così un forte aumento di temperatura, che viene trasferito al bulbo pilifero, il quale va incontro a degenerazione.

Thaira, raccontaci un pò la tua esperienza con questa tecnica di epilazione molto interessante e duratura.

Partiamo dal presupposto che l’epilazione definitiva non esiste, nonostante spesso venga pubblicizzata con affermazioni ben poco veritiere: quella della luce pulsata è una tecnica che manda il bulbo in letargo, rallentandone l’attività fisiologica.

Il funzionamento, raccontato in modo molto elementare, è questo: la luce va a colpire il pelo, che ha una colorazione scura, rallentando l’attività del bulbo e quindi la ricrescita del pelo stesso, che sarà più debole, più chiaro, più morbido, ma, comunque, ricrescerà.

Generalmente il trattamento si svolge con la sola emissione di luce sulla zona da trattare, dopo aver accorciato la peluria; nel mio centro, invece, ho deciso di seguire una diversa modalità di trattamento che, con il tempo, si è rivelata molto più efficace.

Il mio sistema è questo: accorcio il pelo e passo luce pulsata una prima volta, dopodiché intervengo sull’area con l’epilazione con filo orientale, questo elimina i peli e favorisce l’aumento di l’emoglobina sulla superficie della zona da trattare; a quel punto passo di nuovo la luce pulsata sulla pelle arrossata e questo favorisce una maggiore azione sul bulbo pilifero.

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Epilazione con filo orientale

Dopo un trattamento fatto bene non si hanno effetti dolorosi o negativi, come, invece può accadere con cerette e altri metodi depilatori.

La luce pulsata, infatti, rispetto alla cera, evita la formazione di follicolite, cisti, arrossamenti della pelle.
L’unica accortezza che io raccomando, per evitare la comparsa di macchie, è di non esporsi al sole o a lampade abbronzanti nei giorni immediatamente successivi al trattamento, oppure, se l’esposizione è inevitabile, consiglio di usare creme protettive con fattori molto alti, tipici dei prodotti per i bambini.

Io consiglio di fare la luce pulsata con frequenza mensile perché il pelo ha una fase di vita di 28 giorni: l’eccezione che di solito io faccio è per la zona del viso dove propongo un trattamento a 21 giorni, per evitare che si noti l’antiestetica ricrescita dei peli.

Per quanto concerne l’attrezzatura di lavoro, io ho scelto è uno degli ultimi apparecchi usciti sul mercato, caratterizzato dal raffreddamento “a ghiaccio”, tant’è che il manipolo per l’applicazione della luce è sempre molto freddo e, applicato sulla pelle, da un piacevole effetto refrigerante.
A questo proposito, so che esistono in commercio anche apparecchi per uso domestico a poche centinaia di euro, ma personalmente non ne conosco l’efficacia.
Io mi sono affidata ad una azienda aquilana che conoscevo precedentemente e che si è sempre distinta per serietà e per velocità di intervento in caso di guasti dell’apparecchio: tra i modelli proposti, che vanno da prezzi bassissimi a costi inaccessibili, io ho fatto la scelta di posizionarmi in un livello medio-alto, facendo un investimento importante e sostenendo un costo notevole, ma con la convinzione di dover garantire la massima sicurezza alle clienti che si affidano a me per questo trattamento.

Grazie Thaira per questa chiacchierata sull’epilazione a luce pulsata, molto in voga in questo periodo.

 

Sitografia
My Personal Trainer
Foto di Rune Enstad su Unsplash
Foto di rawpixel su Unsplash

Ti ho portato zucchero e caffè

Questo pomeriggio ho ricevuto una visita: una mia compaesana è venuta «a trovarmi» per conoscere Alessandro e, oltre che un regalo per lui, ha portato «zucchero e caffè» anche a me.

Io, abituata “per forza” alla vita dell’appartamento di città dove nessuno sa chi sei e nessuno si impiccia di scoprirlo, ho fatto un salto indietro nel tempo, agli anni semplici e inconsapevoli della mia infanzia quando mia nonna mi portava nella piccola bottega di alimentari del mio paese a comprare quello che normalmente portava quando si andava a trovare qualcuno.

In genere si riempiva la busta con un pacco di zucchero, uno di caffè (da qui l’abitudine di rispondere ai ringraziamenti con la formula “tipica” dell’occasione: «ti ho portato solo zucchero e caffè»), uno di pasta… e poi biscotti, succhi di frutta e talvolta anche formaggi e salumi.

Nonna incartava tutto nella cartapaglia marrone, quella del pane, che ogni giorno, quando comprava il pane fresco, piegava con certosina attenzione, per non farla sgualcire.

La prassi era «donare e ricevere» perché le visite erano sempre ricambiate e, così, «zucchero e caffè» passavano di mano in mano.

Oggi quella busta piena di biscotti, pasta, succhi di frutta e altri doni semplici ma tanto graditi mi ha fatto sentire di nuovo il profumo pulito di quella vita fatta di poche cose ma molto rispetto, nella quale si dava peso ai rapporti con le persone e se ne celebrava la vicinanza ad ogni occasione.

Cos’è l’autostima? Ce lo spiega Andrea

Autostima

Spesso si confonde l’autostima con qualche tecninuccia da rimorchio per i maschietti o qualche stratagemma contro l’insicurezza estetica delle signorine. Niente di più sbagliato. L’autostima è molto di più: puoi avere una forte motivazione ed una salda forza di volontà, ma se sei intimamente convinto di non poter raggiungere una determinata meta, tutto sarà vano. Se vuoi arrivare al termine di questo viaggio devi ritornare a credere in te stesso, fregartene delle opinioni degli altri e ritrovare la voglia di realizzarti.

Grazie Andrea, grazie a efficacemente.com per i contenuti massicci e concreti che trasmette.

Ho scoperto efficacemente.com ieri sera e non smetto ancora di spulciarne le pagine a fondo!

Diversamente dagli altri siti che promettono crescita personale e alludono a “benesseri” che poi saranno solo a pagamento, Andrea mostra subito la sua linea di pensiero: ti sbatte in faccia la realtà delle cose, senza mezzi termini e con un linguaggio colorito che, a volte, ci sta proprio bene! E le cose stanno esattamente come lui le descrive!!!

Il gruppo Facebook non è da meno: io sto ancora sorridendo nel post in cui raccomanda di non fare la lagna perché i treat lagnosi saranno rimossi.

La parte a pagamento ce l’ha anche Andrea, ma è il surplus di una base già molto consistente e free!

Mi piace l’impostazione del testo perché è diretta e senza fronzoli, si legge agilmente e non è tutta rosa!

Ragazze, signore e signorine, donne, fatevi un giro sul sito di Andrea, non ve ne pentirete!

Come guarire dall’insoddisfazione

L’insoddisfazione è la più pericolosa delle sensazioni umane: non è rabbia, perché la rabbia, seppure cova, prima o poi esplode e, in più, ha un “ciclo vitale” che inizia e finisce.

L’insoddisfazione, invece, è un male latente, strisciante, capace di modificare la nostra quotidianità giorno per giorno, senza che neanche ce ne accorgiamo.

I pericoli più grandi della insoddisfazione sono due: la persistenza e la contaminazione.

  • La persistenza dell’insoddisfazione è dovuta al fatto che, inevitabilmente, per quanto ci sforziamo di migliorare la nostra vita e sentirci meno insoddisfatti, ogni cambiamento richiede i suoi tempi e, dunque, nel frattempo l’insoddisfazione continuerà covare subdola.
  • Quanto alla contaminazione, invece, posso dire che è il pericolo maggiore: pian piano, l’insoddisfazione, sebbene “relegata” ad un solo ambito della nostra vita, “contaminerà” tutto il nostro mondo, rendendoci più infelici, più arrabbiati, più frustrati, meno pazienti, meno produttivi e meno capaci di divertirci.

“Non siamo mai così tanto disposti a litigare con gli altri, come quando siamo insoddisfatti di noi stessi”.
(William Hazlitt)

L’insoddisfazione può insorgere sul posto di lavoro, tra colleghi, con i superiori, a casa, tra marito e moglie, tra genitori e figli, a scuola, tra allievi e insegnanti e viceversa.
Insomma, non esiste un “settore” della nostra vita che sia immune dalla insoddisfazione.
All’inizio percepiremo solo un fastidio, destinato, in breve tempo, a diventare sempre più acuto e mordente, finché diventeremo completamente intolleranti verso l’oggetto o la situazione della quale siamo insoddisfatti.

Fermarsi in tempo si può e si deve, ma come fare?

  • Innanzitutto dobbiamo prendere coscienza di essere I N S O D D I S F A T T I e ammetterlo a noi stessi,
  • il secondo passo, poi, è rasserenarci e iniziare a pensare con mente libera al fattore che ha scatenato questa insoddisfazione così pesante.
  • Una volta individuata l’origine dell’insoddisfazione, bisogna pianificare un “cambiamento” della situazione, in modo da neutralizzare la sorgente dell’insoddisfazione, oppure, se non possibile (cosa che spesso capita), almeno allontanarla il più possibile da noi.

Vi faccio un esempio: se l’insoddisfazione nasce dal rapporto conflittuale con un collega, certamente non è possibile licenziarsi e rinunciare al lavoro, allora sarà bene stabilire altre relazioni, con altri colleghi, in modo da rendere quella relazione conflittuale più marginale possibile e ridurne così gli effetti dannosi su di noi.

Quando si cerca una soluzione è importante pianificare cambiamenti attuabili e realistici: è inutile, infatti, idealizzare situazioni fuori dalla nostra portata o solo immaginabili, finiremmo solo con il collezionare “tentativi vani” e sentirci frustrati, oltre che insoddisfatti!

Scrivere un prontuario universale sui vari modi di uscire dall’insoddisfazione è impossibile: ogni situazione è personale e un “piano” potrebbe essere salvifico in un caso e deleterio in un altro.
Ciascuno di noi deve individuare nella sua realtà gli elementi di cambiamento più “robusti” e affidabili!

Allora, coraggio: prendiamo in mano la situazione, prima che ci sfugga definitivamente, e impariamo ad essere soddisfatti di noi stessi!!!

Photo by Florian Pérennès on Unsplash

Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Se la vita in città ci rende tutti un po’ più soli, nei paesi ogni occasione buona per riscoprire il valore della condivisione.

Ieri siamo stati ospiti di Giulio e Rosa, due persone squisite che fanno della condivisione con amici e parenti la loro regola di vita.

Era il compleanno di Rosa e il pranzo è stato organizzato con questa motivazione, ma non è sempre necessaria una ricorrenza per trovarsi tutti insieme.

Come avrete letto, sabato è stato anche il compleanno di Filippo e, per questo motivo, ci siamo calati pienamente nello spirito della vita di paese e abbiamo deciso di condividere, seppure con un giorno di ritardo, questa piccola occasione con tutti, portando un dolce.

Il paese è questo: uno scambio inesauribile di piccoli doni o materie prime; nei paesi ancora c’è chi fa il pane e lo distribuisce tra i vicini, chi lavora il maiale e non lo tiene tutto per sé, ma ne fa dono gradito agli amici, chi coltiva l’orto e distribuisce a iosa i frutti che questo produce.

Il paese stesso produce un ciclo vitale fondamentale e inesauribile: ogni gesto genera una reazione che a sua volta genererà altre reazioni, in un ciclo di scambi, non sempre formali ma sinceri e affettuosi, che migliora la vita del singolo e della comunità.

Oggi noi abbiamo piacevolmente respirato quest’aria di “stare insieme” e ne abbiamo preso a pieni polmoni perché, una volta chiusa la porta del nostro piccolo appartamento di città, questo “stare insieme” diventerà solo un ricordo, fino alla prossima occasione.

Per concludere questo post voglio citare una frase che amo di Cesare Pavese:

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

Come comportarci di fronte a qualcuno che ci ha fatto un torto

Oggi mi sono trovata a faccia a faccia con una persona che mi ha fatto un grande torto: avrei avuto tutte le buone ragioni per fermarla e cantargliene quattro, ma non ci sono riuscita, non perché mancasse l’occasione o il tempo, ma perché mancava il carattere.

Posso tentare in ogni modo di fingermi quella che non sono, ma non riesco a essere la persona maleducata e “sbagliata” che fa piazzate, seppure a ragione, in mezzo alla strada e in mezzo alla gente.

E così l’ho lasciata andare, lei palesemente imbarazzata, io molto arrabbiata, più con me stessa che con lei.

Però forse, tutto è andato come doveva andare: lei nel suo imbarazzo che le ha fatto diventare il viso rosso, io, con la mia educazione, che non mi sono voltata neanche guardarla.

Allora mi chiedo: perché dobbiamo sforzarci di essere quello che non siamo? Perché dobbiamo fingere di essere persone aggressive, giustizieri, “tipi tosti”, quando invece siamo semplicemente persone educate, incapaci di scenate fuori luogo?

È vero, quella persona avrebbe meritato almeno una ramanzina, però non era quello il posto: ogni recriminazione, ogni confronto, ogni discussione hai il suo luogo e il suo momento.

E oggi non era certo quello giusto.

Sono fiduciosa del fatto che arriverà un momento in cui riuscirò a rivendicare il maltolto: come si dice? La vendetta è un piatto che si gusta freddo.

Nel mio caso non è vendetta, è sicuramente giustizia, ma ciò di cui sono certa è che giustizia sarà fatta con l’educazione che ho e che sono orgogliosa di poter mostrare, io!

Purtroppo oggi giovani vengono addestrati a farsi valere con la violenza o anche con la maleducazione, se necessario, ma io dico che la maleducazione non è mai necessaria!

L’unico modo per interrompere la spirale negativa di un atto malvagio è rispondervi con educazione e, se possibile, gentilezza.

Non si tratta di porgere l’altra guancia, si tratta, piuttosto, di dimostrare con pacatezza e determinazione che quell’atto malvagio, perpetrato dall’altra persona, è segno evidente della sua debolezza.

E si sa, notoriamente, che alza la voce chi non ha niente da dire e usa la violenza (verbale o fisica) chi non sa far valere le sue ragioni diversamente.

I gesti delle persone sono come dei piccoli semi: ognuno di noi pianta ciò che ritiene giusto, ma quei semi, quando saranno cresciuti, ripagheranno chi li ha piantati con i frutti che merita: qualcuno che godrà di frutti buoni e succosi, altri avranno frutti acerbi e velenosi.

Questo ce lo insegna la saggezza popolare ma, ancor prima, ce lo insegna Dante nella sua Divina Commedia, con la sua “Legge del contrappasso”.

A questa legge nessuno può sfuggire.

Ne sono convinta.

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